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PASSIONE E BUSINESS 
di Alessio Ambrosi, su DISMA MUSIC MAGAZINE, n° 32, febbraio 2007 

Seduto al computer nel soggiorno di casa Brozman “The King of National Guitar”, e in attesa di una cena italo/americana che aspetto con gioia, visto il livello degli altri pasti avuti fino ad ora, voglio provare a raccontarvi quattro giorni intensi trascorsi al NAMM SHOW californiano, la più grande fiera al mondo di strumenti musicali e di eventi connessi al mondo della musica. Il racconto che segue, al plurale perché mia figlia e due altri compagni di viaggio hanno condiviso con me questa avventura, è la cronaca di giornate intense, di tanti chilometri percorsi sia tra gli stand, sia tra le strade californiane, all’insegna della musica, degli strumenti che la creano e dei suoi protagonisti. 

Anaheim, incontro con l’America 
50 Km. A sud di Los Angeles, nella terra delle arance e di Disneyland, Anaheim ci accoglie come ogni anno con le migliaia di luci accese di notte e di giorno senza un gran motivo e con i larghi viali fitti di palme che si elevano altissime verso un cielo celeste limpido e, forse per la vicinanza all’oceano Pacifico, veramente infinito. Quest’anno dobbiamo coprirci un po’ più del solito: la temperatura non è così mite, le notizie di neve e freddo ascoltate prima di partire erano forse esagerate, ma non ci era mai capitato di indossare sciarpe e pesanti giacconi, soprattutto nelle uscite serali. 
Viaggio ottimo, nonostante le sempre più difficili normative in vigore negli aeroporti e la severità alla frontiera degli Stati Uniti; quando arriviamo davanti all’albergo è sera e la passeggiata per il centro commerciale “The Block” serve a tirar un po’ tardi per alleviare i disagi della differenza di fuso orario. Qui iniziano le prime riflessioni su un Paese che è forse il più contraddittorio del mondo: dal kitch e dall’inutilità di alcuni negozi e degli arredi improponibili di strade e interni, si passa a librerie piene di pubblicazioni interessantissime, di CD, DVD, foto, manifesti che fanno gola, all’interno di sale molto accoglienti, con caffetteria, pasticceria e tanta, tanta gente che trascorre lì la serata, visto che la chiusura è alle 23,00. Si va a dormire riflettendo sul fatto che questo non capita di frequente in Italia, dove i giovani, per mancanza di suggerimenti o di luoghi stessi, non scelgono di certo una libreria come punto d’incontro serale. Un esempio che sarebbe invece da seguire. 

Gli artisti, la fiera 
Quando la mattina si parte per andare in fiera, la prima tappa d’obbligo è uno dei numerosissimi locali di ristorazione della città: accoglienza e gentilezza a livelli altissimi, cibo e caffè da dimenticare. Così, tra una famiglia in procinto di muoversi per la giornata a Disneyland e molti operatori pronti per la visita alla nostra fiera, si cerca scampo dalle uova strapazzate con salsicce e burro in quantità, optando per un pancake, leggermente più digeribile alle 8,30. Capita molte volte di incontrare già durante la colazione qualche big delle aziende di strumenti musicali o qualche musicista in circolazione. Con piacere si nota Robert Godin o Lloyd Baggs, si ascolta Larry Fishman o Jean Larrivèe, si apprezza il caffè offerto dai chitarristi Harvey Reid o Alex De Grassi. 
Questo aspetto del NAMM, la possibilità di incontrare di persona molti dei nomi che stanno facendo la storia degli strumenti musicali dell’era moderna – da personaggi dei nostri giorni a personaggi mitici come Jim Marshall, inossidabilmente seduto al tavolo dello stand dei suoi amplificatori a firmare autografi – è una delle più affascinanti particolarità di questo grande  appuntamento internazionale. In nessun festival e in nessun’altra manifestazione si ha una così alta concentrazione di artisti: sia di performer, sia di progettisti e costruttori di strumenti musicali ed accessori. 
Ti trovi allo stand Ibanez e riesci ad avere la foto di Steve Vai, saluti Jim Marshall e vedi un numero di persone in coda per salutare Paul Stanley dei Kiss (invidiabile la sua forma nonostante l’età), torni di sera in albergo e incroci e saluti Chris Martin IV! Se poi, come mi capita da un po’ di anni lavorando alla mia manifestazione di Sarzana, conosci ormai un po’ tutti, ti accorgi che c’è come una grande famiglia, un circo che si sposta nei grandi appuntamenti del settore, dove tutti sono accomunati da una grande passione, nonostante siano spesso tra loro anche concorrenti, e da un grande rispetto reciproco. 

Passione e business 
E’ un grande esempio la passione che, unita la business, muove tutti questi personaggi. E’ come dovrebbe sempre essere: lavorare con grande amore e dedizione ed essere in affari, cercando il giusto guadagno, da un lavoro molto impegnativo; la musica è nello stesso tempo un’alta espressione della capacità artistica umana ed un mercato produttivo, una realtà del mondo del lavoro capace di produrre ricchezza e occupazione. 
Viene spontaneo il paragone con un’Italia ancora acerba come mentalità, dove, quando si spiega a qualcuno che si lavora nel mondo della musica, ci si sente spesso rispondere “Beato te!”. Ed è una vera impresa cercare di far capire che lavori 12 ore al giorno, e che questo settore piò rappresentare una grande opportunità per il nostro Paese. 
Bisognerebbe capire tutto questo e riflettere su esempio visti al NAMM, dove tanti presidenti di aziende, all’interno dello stand, sorridono al pubblico con un a semplicità disarmante, rispondendo con competenza e cortesia, quasi come un impiegato qualsiasi, alle mille domande dei visitatori. Se si capisse tutto questo, forse si crescerebbe, e si riuscirebbe a comunicare competenza e passione, contagiando anche in Italia le persone, coinvolgendole nell’uso e nell’acquisto di uno strumento musicale. 

Panoramica del mercato e novità 
A questo pensiamo mentre ci muoviamo tra un corridoio e l’altro dei numerosi padiglioni, fermandoci ad osservare più da vicino quello che maggiormente attrae la nostra curiosità. Non si vedono numerose rilevanti novità quest’anno. Almeno per quello che riguarda il mio settore specifico, quello delle chitarre ed accessori. Mi sembra che sia una grande ricerca nel perfezionare sempre di più qualcosa che già esiste: sistemi di amplificazione, per esempio, con novità un po’ in tutte le aziende, più che le chitarre stesse. Per quanto riguarda lo strumento in particolare, sia acustico che elettrico, si susseguono invece i modelli “segnature”, quelli realizzati in collaborazione e solo con il nome di qualche grande artista. Probabilmente si vendono grazie ai frutti della continua campagna mediaticha di divinizzazione. E tra i piccoli produttori, e ce ne sono molti in fiera, che si trova qualche idea nuova ed una ricerca della qualità estrema. Le grandi aziende, pur mantenendo in alcune produzioni un livello soddisfacente, sono più esposte alla concorrenza e alla crescita dei costi produttivi e sono quindi obbligate alle dispute per realizzare modelli legati a questo o a quel nome, sperando nella veloce commercializzazione. 
Osserviamo come non manchi nessuno dei grandi produttori mondiali; decine di corridoi espositivi lunghissimi, posti ai vari piani del Convention Center, con stand arredati all’ “americana”, e numeri di pubblico da capogiro, si come presenze di addetti al settore, sia come curiosi in arrivo il sabato e la domenica. Questi ultimi sono uno spettacolo nello spettacolo, tra i mille colori, le fogge di abito e le acconciature degne di Guerre Stellari. Non mancano neanche le “supergirls” in abiti succinti e forse anche un po’ datate, pronte a farsi fotografare con ognuno di noi. 
 

Seminari, conferenze, eventi a getto continuo 
Ma è tutto ciò che ruota intorno al NAMM Show a lasciare veramente impressionanti: dovunque – e le varie lo comunicano molto bene – si susseguono appuntamenti, eventi, incontri di grande interessante. Direi che siamo nell’Università della Musica, dive si studia, attraverso un numero impressionate di seminari, conferenze, come produrre, suonare e vendere uno strumento musicale. 
Inutile dire che i concerti e le performance in genere sono innumerevoli ed è impossibile seguirne forse anche solo la metà. Sì, perché si va dagli eventi in fiera a quelli in programma nei vari auditorium della città, dagli appuntamenti musicali negli alberghi ai party privati delle aziende. Scegliere è molto difficile, ma comunque c’è n’è per tutti i gusti musicali. Già nella grande hall di ingresso, dalla quale poi si accede ai vari corridoi e padiglioni, si è spettatori ogni mattina di un concerto: abbiamo visto esibirsi dall’orchestra messicana completamente al femminile alla big band giovanile di jazz di una delle tante scuole californiane, con tanto di esibizione spettacolare della sezione percussioni. La musica accompagna anche la chiusura di ogni giornata e spesso è talmente presente che non ci si sofferma più di tanto, salvo pentirsi poi per non essersi fermati quando scopri dal programma che la musica che ti aveva piacevolmente incuriosito proveniva dalle tastiere di un grande musicista come Gorge Duke, che per anni è stato a fianco di Frank Zappa. Eh sì, perchè insieme a te tra gli stand e i corridoi, si muovono decine e decine di musicisti, alcuni presenti solo per curiosità, perché vivono nelle vicinanze, altri impegnati appunto nelle mille performance previste dal programma o nei vari stand. Molti di loro sembrano aver fatto il patto con il diavolo, perché gli anni passano e sono in forma smagliante, sempre pronti a sorridere e a firmare autografi. Di questa generazione di musicisti se ne incontrano tantissimi, è proprio lontana l’era e l’immagine del musicista legato all’alcool e alle droghe: qui o fanno un “tagliando” ogni sei mesi o vanni avanti a succhi di frutta e acque toniche! 
La sera poi possiamo davvero scegliere tra numerosi appuntamenti e così ci si può anche dividere  fra un tranquillo “Acoustic Cafè”, che per me è una tappa d’obbligo visto il tenore della mia manifestazione a Sarzana, e il party organizzato da Paul Reed Smith, che attrae maggiormente mia figlia e gli altri nostri compagni di viaggio, visto che è atteso anche Santana. 

A casa di Bob 
 I quattro giorni di fiera passano così, senza un attimo di sosta e con orari da lavoro più che da visita. Come ogni anno, si accumulano tanta stanchezza e mal di gambe, ma senza dubbio ci si arricchisce, si “studia” l’universo musica in ogni suo aspetto, pronti a farne tesoro. Lunedì si parte. Per fortuna ci godiamo qualche altro giorno in California, spostandoci verso il Nord, in direzione di San Francisco e percorrendo la meravigliosa Highway 1, quella che costeggia l’Oceano Pacifico che ci porta a casa Brozman. Bob ci aspetta immerso nella sua collezione di chitarre e ci offre un ospitalità impeccabile. 
Ci vengono infatti servite – permettetemi di chiudere con questa immagine – meravigliose tagliatelle “hand made” preparate dalla signora Brozman, con uova delle loro galline e pesto fatto da vero basilico italiano. Un miracolo inaspettato in questi viaggio: una fusione perfetta tra splendide chitarre e grande cucina! 
 

Intervista ad Alessio Ambrosi 
a cura di Roberto Sacchi, direttore di Folk Bullettin, 2004 

Sette anni di chitarre a Sarzana: passo dopo passo, un piccolo-grande evento che si è ritagliato una dimensione internazionale di tutto rispetto. Merita un po’ di storia: come ti è nata l’idea e con quali obiettivi sei partito? 
La passione per la chitarra acustica mi accompagna dall’età dell’adolescenza, negli anni irripetibili dei dischi scoperti ed ascoltati come pionieri, quando la musica ci faceva sognare “un mondo diverso”. Anche se amavo le band elettriche e l’energia del rock, erano le atmosfere acustiche quelle che mi affascinavano di più. Quel suono cristallino della chitarra acustica ben registrata in studio che si ascoltava sia in dischi concepiti per lei, insieme magari a meravigliosi impasti vocali (west coast americana, folk inglese, country & old blues acustico, ecc.) , sia in registrazioni più “dure”, dove talvolta costituiva la base ritmica e l’atmosfera di fondo su cui costruire un tessuto musicale più complesso ed energico. Così a tredici/quattordici anni sognavo davanti alle vetrine di pochi negozi ben forniti che esponevano meravigliose “Martin”, “Gibson” o “Guild” che non sarei mai riuscito ad acquistare. 

Negli anni successivi è stato lo strumento che ho sempre suonato, sia per diletto che per lavoro, ed ho continuato a seguire la sua evoluzione che, con John Fahey, Leo Kotke e molti altri artisti nuovi, ha iniziato ad avere una propria dimensione compositiva, superando il 
ruolo di strumento per comporre canzoni con facili armonie. 

Così, seguendo e frequentando i vari appuntamenti di concerti ed esposizioni fuori dai nostri confini, riflettevo del perché in Italia non avessimo ancora un appuntamento alla pari di altri grandi eventi internazionali, perché si continuasse a vedere in varie trasmissioni della televisione nazionale chitarre acustiche di poco pregio e oltretutto suonate male, “zappate” per accompagnare qualche canzone nostrana, spesso bruttina! 

Nel 1998, dopo anni di concerti e sperimentazioni sofferte in un locale di nome “Armadillo” (aperto nel 1991 a Sarzana provenendo da Roma, la mia città), tentai l’avventura di inventare un festival interamente dedicato alla chitarra acustica contemporanea, l’Acoustic Guitar International Meeting. Mi piaceva l’idea del Meeting: doveva essere un’opportunità di incontro di appassionati, di persone desiderose di ricevere dimostrazioni delle nuove tecniche e delle nuove idee compositive, e doveva essere un incontro anche per gli artisti, provenienti dai posti più lontani, che in questo modo avrebbero potuto confrontare le loro ricerche e sperimentazioni sullo strumento. Fu un grande rischio, sapete bene quanto è difficile produrre appuntamenti di qualità nel nostro paese, ma oggi siamo molto contenti di averlo fatto. 
L’Armadillo Club non è più un locale (venduto nel 1999), è un organizzazione che produce questo festival, frutto di tantissimo lavoro, soprattutto poi dal 2000 quando abbiamo aggiunto ai concerti e seminari didattici l’esposizione di liuteria e import per chitarra acustica. Questa è stata sicuramente una scelta vincente e oggi si viene a Sarzana per vedere i grandi artisti ma anche per scoprire tutto quanto c’è di nuovo nel mondo del mercato della chitarra acustica. Forse siamo riusciti a far rispettare e ritenere importante un appuntamento italiano nel circuito dei grandi appuntamenti internazionali di questo settore. 

Dal punto di vista organizzativo cosa ti costa di più in termini di fatica: compilare un cast artistico di rilievo o allestire la mostra-mercato, contattando i vari espositori? 
Ambedue sono lavori di grande impegno e bisogna cercare di sbagliare il meno possibile. Il cast è fondamentale perché richiama il pubblico, ti permette gli incassi dei biglietti dei concerti ed è difficile riuscire ad avere tutti gli artisti che hai in mente, considerando poi che bisogna rispettare un certo budget. Poi formare il cast delle serate è un gioco ad incastri che deve tener conto di una infinità di fattori. Bisogna ponderarli tutti e non affidare niente al caso. 

L’allestimento della mostra mercato è un gran lavoro organizzativo, devi cercare di accontentare tutti gli espositori in modo tale che siano soddisfatti sia da un punto di vista commerciale, offrendo loro il pubblico degli appassionati ed degli addetti ai lavori, sia per le postazioni espositive e la permanenza a Sarzana. Devo ringraziare tutto lo staff organizzativo della mia associazione per questo ed inoltre la strordinario scenario della Fortezza Firmafede di Sarzana. Un luogo così ampio e maestoso, di grande valore storico ed architettonico, aiuta molto a rendere la permanenza quanto mai felice. Il numero degli espositori aumenta ogni anno in presenze, questo vuol dire che si trovano bene e soprattutto concludono buoni contatti ed affari. 

Mi piacerebbe anche parlarvi della fatica per trovare le risorse per la manifestazione: sponsor, enti pubblici, patrocinii, convenzioni con l’Università, accordi con le scuole per portare gli studenti ad ascoltare musica di qualità, alberghi, ristoranti, ecc. ecc. In due parole “un anno di lavoro”. 

Da appassionato, ancora prima che da organizzatore, che valore attribuisci ai momenti didattici inseriti nel programma dell’”Acoustic Guitar International Meeting”? 
Sono, come vi dicevo, parte fondamentale del progetto iniziale. E’ bellissimo per gli appassionati suonatori di chitarra, giovani e non, avere davanti agli occhi l’artista di cui hanno acquistato una trascrittura o uno studio su una rivista specializzata. Possono entrare nel merito dell’esecuzione, fare domande su tecniche particolari, su strumenti ed accessori usati, togliersi insomma tutti quei dubbi che rimangono sempre quando leggi da uno scritto e non hai contatto diretto. Poter incontrare poi questi interpreti eccezionali per tutti i giorni della manifestazione e continuare le domande, ricevendo molti consigli, è una grande opportunità di crescita musicale. Credo poi che si debba dare grande valore al lavoro che facciamo ogni anno per portare giovani studenti medi ed universitari a frequentare i seminari. Sapete benissimo come la musica di facile ascolto, a loro propinata continuamente, faccia dei danni incredibili, ma è bellissimo vederli apprezzare un grande virtuoso della chitarra e sperare che così nascano le passioni sane e la voglia di suonare musica vera! 

Come sei riuscito a conciliare il carattere spesso schivo e un po’ introverso del chitarrista acustico con una manifestazione di massa come il “tuo” meeting primaverile? 
Il carattere schivo del chitarrista acustico si forma spesso perché la scelta di suonare e intraprendere una carriera sulla chitarra acustica e le sue forme musicali è una scelta coraggiosa e difficile, oggi poi ancora di più, una vita spesso votata alla sofferenza perché non è molto il pubblico con una sensibilità pronta a recepire queste note, delle volte difficili, ma che spesso parlano al cuore. Forse non è giusto neanche dire così, molto più pubblico sarebbe pronto, c’è anche molta sensibilità nella gente, la verità è che è un grande problema di comunicazione. Ci sarebbe moltissimo da dire e non credo abbiamo lo spazio di aprire un argomento così vasto, ma questa musica non viene assolutamente comunicata alla gente; io so però che quando giovani, meno giovani, anziani assistono e vengono a contatto con questi grandi artisti rimangono sbalorditi ed affascinati, ne vogliono sapere di più, comprano e ascoltano moltissimo i loro CD. Quindi una platea vasta come il nostro Acoustic Guitar Meeting rende l’artista acustico felice di poter far arrivare il suo messaggio musicale a tanta gente e ricordo molto bene i loro sorrisi di soddisfazione alla fine delle performance applaudite. 

 Sappiamo che una critica ti viene mossa da alcuni: il carattere troppo “campionario” e trasversale delle tue scelte artistiche, che accontenta un po’ tutti ma lascia delusi gli appassionati di un genere specifico. Cosa ribatti a questo appunto? 
Anche qui quanto spazio ci vorrebbe per dire tutto quello che avrei da dire! Questo è proprio uno dei motivi per cui molti addetti ai lavori del mondo della chitarra acustica hanno contribuito negli anni a far rimanere questo universo piccolo piccolo. Ognuno a coltivare il proprio orticello e criticare e disprezzare altri. Per fortuna in questi anni i grandi artisti internazionali ci hanno fatto vedere che si è grandi in vari generi musicali quando si ha tecnica, cuore, energia da vendere! La parola “accontentare” per fortuna non mi passa mai per la testa quando lavoro per formare il cast del Meeting, penso anzi a poter mostrare dove è arrivata la chitarra acustica nel blues, nel jazz, nel bluegrass, nella musica contemporanea in genere e come si suona oggi in finger-style, flat-picking, tapping o altre tecniche esecutive. 
Il nostro festival si chiama appunto Acoustic Guitar International Meeting e non festival del blues o folk o jazz o country acustico. Inoltre mi sembra che il cast di ogni serata sia sempre abbastanza omogeneo da creare una atmosfera ben delineata, amalgamata e ricca di emozioni, non un campionario di esibizioni da circo. 

Vedere 6-700 persone provenienti da tutta Italia che accorrono per assistere a concerti con al centro dell’attenzione la chitarra acustica è un’esperienza sicuramente irripetibile nel nostro Paese. Secondo te, quali sono i motivi per cui questo strumento, che pure gode di molta pratica di base, stenta a raggiungere una vera notorietà? 
Per rispondervi riprendo il concetto di cui parlavo prima, quello della comunicazione. Questo tipo di musica vive e si tramanda nel nostro paese con canali di comunicazione molto elementari, una specie di “door to door”: qualcuno ascolta o vede un grande artista della chitarra acustica e lo comunica ai suoi vicini ed amici. Vero è che questo tipo di propaganda è sicuramente di grande efficacia, ma necessita tanto tempo per raccogliere proseliti! Non esistono passaggi televisivi, non parliamo delle tristissime radio nazionali, tranne Radio 3 pronta per la chiusura, non esiste distribuzione di CD nei negozi, nessuno, se non pochi organizzatori e promoter coraggiosi tra cui spero di essere anch’io, investe in questo campo. 
E’ un vecchio ed annoso discorso, si vendono più facilmente altri prodotti. 
Bisogna anche dire però che i chitarristi acustici forniscono spesso un diverso approccio tra la registrazione del CD e l’esibizione dal vivo. Voglio dire che in una performance live meglio si evidenzia la virtuosità, l’energia, la capacità di emozionare di un chitarrista, c’è quindi bisogno assoluto di aumentare il numero dei concerti e dei tour di questi artisti, di conseguenza aumenteranno le vendite dei CD e il pubblico dei fruitori. Credo però che negli ultimi anni questo mondo sia in netta ascesa, il successo del nostro appuntamento di Sarzana ne è un esempio, e di continuo riceviamo richieste di artisti e concerti e vediamo nascere nuove manifestazioni. 

Da qualche anno è inserito nel vostro programma un premio per chitarristi emergenti: ce ne illustri motivazioni e sviluppi? 
Tra i commenti sulla nostra manifestazione c’era la richiesta di far esibire di più giovani chitarristi italiani. Era una critica molto giusta, del resto non era facile in tre giorni riuscire a far ascoltare i grandi e maturi interpreti di questo strumento e trovare spazi per i giovani emergenti all’interno dei concerti. Proposi allora a Willy Davoli, coraggioso importatore di chitarre acustiche e della maggior parte degli accessori che vediamo nei negozi, di creare una serata particolare con premi da lui messi a disposizione, in modo da dare la possibilità a chitarristi emergenti di avere un palco prestigioso dove esibirsi ed un pubblico adatto ad ascoltarli. Poi ho trovato in Giovanni Untenberger, fondatore dell’Accademia didattica “Lizard”, ed in Andrea Carpi, direttore della rivista “Chitarre”, due persone estremamente sensibili a questo riguardo e due partner ideali nella selezione delle proposte. 

Con loro scegliamo nel corso dell’anno, tra le tante richieste che arrivano, i musicisti che si esibiranno e formiamo una giuria competente per premiare i migliori durante la serata. Non amo particolarmente l’idea di un concorso dove proclamare vincitori, ma noto che avere in giuria i più riconosciuti addetti ai lavori del settore nonché un grande interprete internazionale, un liutaio e qualche altro ospite prestigioso inorgoglisca i ragazzi e li stimoli molto. Il “New Sounds of Acoustic Music” Premio Wilder-Davoli, questo il suo nome, sta avendo un ruolo importante nello spronare i nuovi chitarristi ad emergere ed a dare un significato di “performance” ai loro studi; credo sia una cosa in cui continuare a credere, il suo successo ce lo fa capire chiaramente. 

Come vedi l’attuale situazione chitarristica italiana? Pochi mesi fa, in risposta a una analoga domanda, Franco Morone in parte concordava con me sull’effettiva esistenza di una fase di progressiva chiusura in se stesso dell’intero movimento. Tu cosa ne pensi?stro 
Speriamo per esempio che il concorso di cui parlavamo prima sia un momento di nuova apertura e speriamo che il contatto con grandi interpreti e la creazione di nuove manifestazioni possano fornire una spinta creativa all’intero movimento. 
Va superata, credo, la realtà di “piccole” performance per un pubblico “piccolo”, spesso dei soliti noti. Dobbiamo far arrivare la nostra musica a platee più vaste, i margini di crecita sono molto ampi, e per questo sconfiggere anche quei pseudo-puristi di cui parlavamo precedentemente, che spesso fanno danni. Certamente non a scapito della qualità artistica, ma non c’è niente di male ad essere oltre che un virtuoso chitarrista anche un grande performer, curare il rapporto con il pubblico e saperlo intrattenere sia con grandi numeri sullo strumento sia con capacità da entertainer e da dispensatore di emozioni. 

Bob Brozman, Tommy Emmanuel, Ed Gerhard, per citare qualcuno, sanno da anni che questa è una strada vincente e con umiltà in ogni concerto imparano una cosa nuova per migliorare le loro performance, pensate di quanta umiltà e cura dei particolari hanno bisogno i nostri chitarristi emergenti! Certo l’errore è cercare di emularli, succede spessissimo, e non capire che il loro esempio deve rafforzare la propria personalità e la propria ricerca nella composizione o nell’arrangiamento. 

Per questo proprio i nostri grandi, Franco Morone, Beppe Gambetta, Paolo Giordano, da molti anni ci indicano strade vincenti ed efficaci, piene di personalità creativa. Il lavoro fatto da Beppe nell’arrangiare melodie genovesi e non della prima metà del secolo e l’ultimo CD di Franco, una chitarra acustica che “canta” canzoni popolari e danze tradizionali, trovo siano operazioni di grande intelligenza. Pensiamo a quanto patrimonio di musica abbiamo in Italia e quante strade può esplorare una chitarra acustica ben suonata; forse queste nuove ricerche, unite alle proprie capacità compositive ed al coraggio di uscire da piccole realtà concertistiche stagnanti, ci forniranno una via di freschezza e vitalità che credo possa essere molto apprezzata anche fuori dai nostri confini. 

Anche se so che è difficile rispondere, ti prego di farlo. Qual è stata, in questi anni, la sorpresa positiva fra gli artisti che hai invitato e quale quella più deludente? Puoi anche non fare nomi, ma raccontaci almeno le storie… 
Hai premesso che è molto difficile rispondere a questa domanda. Sono circa 90 i chitarristi che si sono esibiti sul palco dell’Acoustic Guitar International Meeting in questi sette anni e ognuno di loro ci ha lasciato qualcosa di importante. Posso provare a parlavi delle emozioni rimaste più nel profondo: ricordo la felicità e la paura della prima edizione quando, tra alcuni “maestri stranieri”, salirono sul palco tutti i migliori e storici chitarristi acustici italiani, ricordo, l’anno dopo, la genialità e l’energia di Bob Brozman, la gentilezza e il carisma di Franco Cerri con il compianto figlio Stefano e poi successivamente l’estrema precisione di Peter Finger, l’energia ed il virtuosismo di Tommy Emmanuel, la “storia della chitarra” scritta da John Renbourn e Duck Baker, la lezione di stile di Alex De Grassi, il folk elegante di Harvey Reid, il preciso finger-picking blues di Woody Mann, la curiosità di Roberto Ciotti e di Mauro Pagani, in coppia con Giorgio Cordini, di fronte ad atmosfere totalmente acustiche, la grande ricerca jazz di Ralph Towner e del brasiliano Guinga, le “signore della chitarra” Muriel Anderson, Diane Ponzio, Tish Hinojosa e tante altre piccole perle donate da artisti che mi scuso non aver citato. 

Forse il momento che maggiormente può sintetizzare l’atmosfera che è sempre regnata nella nostra manifestazione fu il finale del set del grande Ed Gerhard nel maggio 2002: alla mia uscita sul palco per presentarlo di nuovo al pubblico, il silenzio e la commozione di più di 500 persone regnavano in tutto il teatro e molti avevano lacrime sui volti, sua moglie ed alcuni della nostra organizzazione compresi! 
Per fortuna delusioni pochissime, forse un chitarrista arrivato da un paese esotico e che credevamo un buon interprete etnico: si rivelò un grande bluff ed estremamente arrogante, ho avuto con lui un bel siparietto! 
Ringraziamo di cuore tutti i chitarristi arrivati a Sarzana e, come riportato nella scenografia del nostro palco, “Beauty will save the world” 
Grazie per la bellezza che ci avete donato negli anni. 

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